Un cammino del segno dell’arte e della fede
Quando si è manifestata la tua vocazione all'arte?
Mi piace ricordare un episodio accaduto quando avevo 6 anni. te Mentre sfogliavo il volume di un'enciclopedia, rimasi colpito q dalla fotografia di un dipinto del Caravaggio, la Crocifissione di za Pietro. Quell'immagine fu per me una vera e propria folgorazio- d ne; capii allora che da adulto l'arte sarebbe stata la mia strada. re Già alle scuole elementari era chiaro quanto io fossi portato ti per il disegno. Crescendo, ho coltivato questa passione, fino a q quando me ne sono allontanato negli anni turbolenti dell'ado- v lescenza. Arrivato a 21 anni, insieme all'arte ho ritrovato la fe-p de in Dio. È stato allora che ho iniziato a dipingere, ad usare il colore, e da ji a poco la pittura è diventata il mio lavoro. Ovviamente, all'inizio non è stato facile vivere d'arte, ma la fede mir ha aiutato a resistere, ad affrontare le difficoltà e soprattutto a comprendere che quella era la strada giusta per me.
Può esserci arte senza spiritualità?
No, non è possibile separare le due cose, sono aspetti specu-lari e inscindibili nella vita di un pittore. L'essere umano non può essere diviso, l'armonia si esprime soltanto nell'unità. Se non avessi riconosciuto ed accolto la vocazione che Dio mi ha dato non avrei mai trovato la luce dello spirito, la stessa luce che illumina i miei dipinti.
Cosa significa per te essere pittore della realtà e dunque in controtendenza con molti linguaggi artistici contemporanei?
Non ho scelto di essere un pittore figurativo. Da sempre per me dipingere la realtà è un modo di rimanere fedele a quello che vedo e che penso. Sono convinto che la pittura debba potersi comprendere nell'immediato, senza troppi fronzoli. Un za all'osservatore. A dire il vero, non mi piace la definizione quadro deve colpire, emozionare, comunicare con chiarez-di arte figurativa, perché l'arte è arte, non si può ingabbia-re in un'etichetta. Negli anni, il mio percorso è andato avan-ti in maniera spontanea, naturale, senza sforzarmi di cercare a qualcosa che fosse originale a tutti i costi. Ho studiato e la-vorato tanto, e continuo a farlo ancora oggi per affinare sempre di più il mio stile.
Cosa vuol dire "neshamà", il titolo scelto per l'inaugurazione del tuo nuovo atelier fiorentino?
E’ una parola ebraica che significa "soffio, aria, respiro" e che si riferisce a quella condizione nella quale l'anima fa esperienza del sublime, ovvero s'innalza oltre i limiti fi-sici della realtà per arrivare al trascendente. L'artista fa esperienza del neshamà attraverso l'ispirazione, grazie alla quale riesce a catturare qualcosa che non appartie-ne a questo mondo ma è il "soffio" divino che sta dietro il mistero della creazione. Questo perché il pittore non si limita a copiare le cose che vede, ma le interpreta, inter-cettando e trasferendo nell'opera la scintilla di Dio che si manifesta soltanto quando si guardano le cose con gli occhi dello spirito. È una sensazione che non si può spiegare a parole, perché non appartiene alla sfera raziona-le. La ragione umana non può raggiungere le vette dello spirito. Eppure, il neshamà è alla base di ogni creazione artistica, non solo della pittura, ma anche della musica e della poesia.
Secondo te, arte e bellezza costituiscono ancora un binomio inscindibile?
Si, certo, non potrebbe essere altrimenti. Pensa ad un mondo senza arte e bellezza, sarebbe un inferno, un luogo invivibile. Spesso l'essere umano non se ne rende conto, ma l'emozione che sperimenta di fronte ad un'opera d'arte oppure leggendo una poesia o ascoltando un brano musicale, lo ricollega ad una dimensione più grande di lui, una sensazione difficile da comprendere razionalmente. La bellezza ci colpisce, smuove in noi qualcosa di profondo, ma se proviamo a spiegarla o a definirla ci sfugge. Succede perché il segreto della bellezza non appartiene a questo mondo, ma soltanto a Dio che ne è il creatore. Per questo motivo non possiamo fare a meno della bellezza, proprio come non possiamo fare a meno dell'amo-re, sarebbe come rinnegare la ragione stessa per cui siamo venuti al mondo.
Quale pensi che sia oggi il compito dell'artista?
L'artista oggi è chiamato ad avere una grande responsabilità nei confronti della collettività e soprattutto delle nuove genera-zioni. In un mondo ormai sempre più alla deriva, privo di valori e punti di riferimento, ai giovani mancano maestri, modelli affi-dabili ai quali ispirarsi. Questo vale anche per i giova-ni artisti, che appaiono confusi e disorientati di fronte alla mancanza di valori stabili. Per loro dobbiamo es-sere come dei padri, offrirgli un esempio attraverso le nostre vite. È quello che faccio con i miei allievi, ai quali, prima ancora di insegnargli la tecnica, cerco di trasferire valori umani che possano guidarli in tempi bui e difficili come quelli che stiamo attraversando. Solo così possono aprirsi nuovi orizzonti per le future generazioni, ridando loro qualcosa di importante in cui credere.
Hai immaginato il tuo atelier fiorentino come uno spazio polifunzionale, perché?
Prima di tutto, volevo sfatare il mito dell'artista intro-verso che lavora in solitudine nello studio creando un posto dove chiunque può entrare per curiosare, chie-dere informazioni, osservarmi mentre dipingo. Insom-ma, un luogo dove l'arte non solo si crea e si studia, ma è accessibile a tutti in qualunque momento. La seconda caratteristica di questo posto è che qui ho riunito tutte le opere della mia collezione, eccellenti maestri di fine Ottocento e inizi Novecento studiando i quali ho perfezionato la mia conoscenza della pittu-ra. L'ho fatto perché vorrei fosse chiaro a chi entra che non esiste separazione tra presente e passato, tra l'ar-te di ieri e l'arte di oggi, come spesso invece si pensa. La tradizione è il segno di una continuità che accomu-na gli artisti di ogni tempo. lo recupero quella che è stata la grande pittura figurativa e la trasmetto ai miei allievi affinché certi valori continuino a vivere grazie alle nuove generazioni. Terza ed ultima caratteristica di questo spazio è quello di essere una scuola o, per meglio dire; una bottega in stile rinascimentale, dove la pittu-ra si impara a partire dalle sue fondamenta, in modo che l'allie-vo possa acquisire solide basi grazie alle quali potrà in seguito trovare la propria strada.
Come e quando si svolgono i corsi e a chi si rivolgono?
I miei allievi sono giovani, dai 16 anni in su, e adulti. In genere le lezioni si concentrano in due week-end al mese, dal venerdi alla domenica, durante i quali accolgo gruppi di persone che vengo-no da diverse parti d'Italia e anche dall'estero. C'è poi la possi-bilità di seguire un corso intensivo per la durata di cinquanta giorni, una sorta di full immersion, dal lunedì al venerdì, divisa in due fasi: nella prima, l'allievo si esercita nel disegno dal vero, - da altri disegni e da dipinti antichi; nella seconda, concentrata in tre settimane, si passa alla pittura sia dal vero che dall'antico. Inoltre, con i gruppi di studenti più assidui, una volta al mese, a partire da aprile fino a luglio, usciamo fuori a dipingere dal vero, un'esperienza altamente utile e formativa.
Pubblicato nel giornale La Toscana, Novembre 2022